Ebbe vita lunga, le radici in un secolo, lo sviluppo in un altro e portò sempre con sé il segno di quel suo essere nato che era ancora Ottocento in una città che con lui cresceva e, mentre cambiava tutto al mondo, vedeva cambiare anche se stessa.
Tra le fortune che come artista gli toccarono ci fu quella di una affettuosissima monografia curata da Ernesto Caballo che è al tempo stesso una minuziosa ricostruzione biografica (affidata in parte ad un ipotetico discorso in prima persona dell'artista stesso), una pressochè esaustiva raccolta di testimonianze scritte e visive sulla sua figura e sulla sua opera, nonché una corposissima antologia dell'intera sua produzione nella diversità dei soggetti, delle tecniche e delle stagioni creative. Il titolo del volume è legittimamente Felice Vellan e settant'anni di vita torinese e del Piemonte ed altrettanto giusta è la presenza in sovracopertina della foto di cui si diceva.
In effetti a ripercorrere i suoi lavori ci scorre davanti l'immagine complessiva di un tempo e di un mondo, se non scomparso del tutto, certo irrimediabilmente mutato. Egli visse e operò, si potrebbe dire emblematicamente, tra la Torino di Bersezio e di Gozzano (che fu tra i suoi poeti preferiti) e quella di Pavese (che gli dedicò un bell'attestato di stima).
Lui che aveva viaggiato in lungo e in largo tornava poi sempre a quei luoghi sulle rive del Po che ha ritratto un'infinità di volte; oppure alle strade e piazze cittadine sottoposte al pacato dominio della neve, elemento che pervade anche tanti suoi quadri di soggetto alpino e che a lui doveva sembrare come una gigantesca materna placenta, se poteva dichiarare: "Sono nato l'11 gennaio 1889 durante una grande nevicata su Torino".
E nel contesto di quella Torino vedeva affollarsi tutto un mondo di artisti, attori, politici, giornalisti, che la sua matita ritraeva e fissava con caricature saporite, pungenti, ma mai cattive.
Allievo di Giovanni Guarlotti, protagonista e animatore del Circolo degli Artisti ("è stato il mio parlamento, la mia accademia,la mia galleria, il mio seminario, l'officina delle mie amicizie"), fu tenacemente attaccato alla tradizione dell'arte pittorica pedemontana, ma senza ombra di provincialismo, anzi proprio in virtù di quella misura che impedisce di fare ciò che non si sentirebbe naturale e genuino fare; e volle vestire anche esteriormente l'abito della sua professione, volle essere e farsi identificare a prima vista come un artista, "con la larga cravatta svolazzante, camicie a grandi quadri, cappello a vasta tesa sgnaccato sulle ventitrè", dando sfogo in questo anche a quella naturale propensione alla recitazione e all'interpretazione teatrale che fu sua grande passione e di cui resta documentazione nella ricchissima serie di fotografie che ritraggono i suoi gesti e le varie espressioni della sua mimica facciale da attore professionista.
Illustrò libri, soprattutto di poesie e di favole, perché lui, uomo di mondo, adulto, maturo, non perse mai il gusto e la voglia di sognare. Venne apprezzato, amato e ricordato per il suo sorriso, la cordialità, la sua gioia di vivere, la vivissima simpatia umana che sapeva ispirare, testimoniata da tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo. Qualità che oggi sembrano configurare addirittura l'idea stessa di un'antica civiltà cittadina appannata, se non perduta del tutto, di cui molti continuano a sentire il valore e la necessità.
Torino, 30 agosto 2000 Willy Beck